Servizio della fede e promozione della giustizia

nell’educazione superiore della Compagnia di Gesù negli Stati Uniti d’America*

R. P. Peter-Hans Kolvenbach, S.J.

Superiore Generale della Compagnia di Gesù

Introduzione

Questo convegno su «L’impegno per la giustizia nell’educazione superiore della Compagnia in America» giunge in un momento importante della ricca storia dei ventotto colleges e università qui rappresentati questa sera- Ci uniamo inoltre alla Santa Clara University nella celebrazione del 150° anniversario della sua fondazione.

Il luogo in cui ci troviamo è tanto significativo quanto il momento storico. La valle di Santa Clara, che prende il nome dalla missione che si trova al centro di questo campus, è conosciuta in tutto il mondo come «Silicon Valley», la patria del microchip. Certamente Padre Nobili, il fondatore di questa università, guardando la chiesa e gli edifici diroccati dell’antica missione francescana, non avrebbe mai immaginato che questa valle sarebbe diventata il centro di una rivoluzione tecnologica globale.

La giustapposizione di missione e microchip è un emblema di tutte le scuole della Compagnia. Fondate in origine a servizio dei bisogni educativi e religiosi di una popolazione di immigrati poveri, sono diventate istituzioni accademiche altamente sofisticate in un contesto di ricchezza, potere e cultura globali. Il giro di boa del millennio le coglie in tutta la loro diversità: sono più grandi, meglio equipaggiate, più complesse e professionali che mai, e anche più preoccupante della loro identità cattolica e gesuitica.

Nella storia dell’educazione superiore della Compagnia di Gesù in America c’è molto di cui rendere grazie, innanzi tutto a Dio e alla Chiesa, e poi indubbiamente ai molti professori, studenti, amministratori e benefattori che l’hanno resa ciò che è oggi. Ma questo convegno vi riunisce da tutti gli Stati Uniti, con ospiti di università della Compagnia di altri Paesi, non per congratularvi a vicenda, ma per uno scopo strategico. Voi siete qui per conto delle istituzioni complesse, professionali e pluralistiche che rappresentate per affrontare una domanda tanto difficile quanto fondamentale: come possono le università e i colleges della Compagnia di Gesù negli Stati Uniti esprimere una preoccupazione per la giustizia ispirata dalla fede in ciò che esse sono come istituzioni accademiche superiori cristiane, in ciò che i loro professori fanno e in ciò che i loro studenti diventano?

Come contributo alla risposta che darete a questa domanda, vorrei riflettere con voi sul significato che «fede e giustizia» ha assunto per i gesuiti a partire dal 1975 (I), per passare poi a considerare alcune delle circostanze concrete del mondo d’oggi (II) e suggerire che cosa una giustizia radicata nella fede potrebbe voler dire per l’educazione superiore della Compagnia di Gesù in America (III), concludendo con un’agenda per il primo decennio del XXI secolo (IV).

I. L’impegno della Compagnia per la «fede e giustizia», novità del 1975.

Comincio ricordando un altro anniversario che questo convegno commemora. Venticinque anni fa, dieci anni dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, i delegati gesuiti di tutto il mondo si riunirono per la 32ª Congregazione Generale (CG), per esaminare come la Compagnia di Gesù reagiva all’appello per una profonda trasformazione della vita di tutta la Chiesa lanciato dal Vaticano II.

Dopo molta preghiera e un lungo processo di riflessione e discussione, pian piano la CG si rese conto che lo Spirito di Dio invitava l’intera Compagnia e tutte le sue opere a camminare in una nuova direzione. Lo scopo primario della Compagnia di Gesù, «il servizio delle fede», doveva comprendere anche la «promozione della giustizia». Questa nuova indicazione non si limitava a coloro che già lavoravano con i poveri e gli emarginati in quello che era chiamato «apostolato sociale». Piuttosto, questo impegno doveva essere «una sollecitudine di tutta la vita e costituire una dimensione di tutti i nostri compiti apostolici».Tanto centrale alla missione della Compagnia di Gesù intera era questa missione di fede e giustizia che essa doveva diventare il «fattore integrante» di tutte le attività della Compagnia, e a questo aspetto si doveva prestare «particolare, in questa luce, si doveva prestare «particolare attenzione» nella revisione di ogni opera, comprese le istituzioni educative».

Io stesso ho preso parte alla CG 32 come rappresentante della Provincia del Vicino Oriente, dove per secoli l’attività apostolica della Compagnia di Gesù si era concentrata sull’educazione in una famosa università e in alcune eccellenti scuole superiori. Naturalmente c’erano gesuiti che lavoravano in villaggi poverissimi, in campi profughi e prigioni, e alcuni lottavano per i diritti dei lavoratori, degli immigrati e degli stranieri; ma tutto questo non era sempre considerato un’attività autenticamente propria della Compagnia. A Beirut sapevamo molto bene che la nostra facoltà di medicina, in cui lavoravano gesuiti santissimi, produceva, almeno in quel tempo, alcuni dei cittadini più corrotti del Paese, ma questo era dato per scontato. L’atmosfera sociale esplosiva del Medio Oriente non favoriva la lotta contro le strutture ingiuste e di peccato. La liberazione della Palestina era la questione sociale più importante. Le Chiese cristiane erano impegnate in molte opere di carità, ma il coinvolgimento nella promozione dalla giustizia avrebbe minacciato di farle percepire vicine ai movimenti di sinistra e agli agitatori politici.

La situazione che ho appena descritto parlando del Medio Oriente non era un’eccezione nel panorama globale della Compagnia di Gesù dell’epoca. Non ero l’unico delegato all’oscuro delle questioni di giustizia e ingiustizia. Il Sinodo dei Vescovi del 1971 aveva profeticamente dichiarato: «L’agire per la giustizia e il partecipare alla trasformazione del mondo ci appaiono chiaramente come una dimensione costitutiva della predicazione del vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo», ma pochi di noi sapevano che cosa questo significasse nelle circostanze concrete in cui ci trovavamo.

Ancor prima, nel 1966, Padre Arrupe aveva fatto notare ai Provinciali dell’America Latina come la situazione socioeconomica del continente fosse in contraddizione con il Vangelo e come «da questa situazione nascesse per la Compagnia l’obbligo morale di ripensare tutti i propri ministeri e ogni forma di attività apostolica, per valutare se essi offrissero realmente una risposta alle urgenti priorità che la giustizia e l’equità sociale invocano». Molti fra noi non riuscivano a vedere la rilevanza del suo messaggio per la nostra situazione. Ma vi prego di tener conto che Padre Arrupe non chiedeva la soppressione dell’apostolato educativo in favore dell’attività sociale. Al contrario, affermava: «Anche un apostolato come quello educativo – a tutti i livelli – che è così sinceramente desiderato dalla Compagnia e la cui importanza è chiara al mondo intero, nelle sue forme concrete deve oggi essere oggetto di riflessione alla luce delle urgenze della questione sociale».

Forse l’incomprensione e la riluttanza di alcuni di noi delegati fu una delle ragioni per cui, alla fine, la CG 32 assunse una posizione radicale. Con una passione tanto ispiratrice quanto sconcertante, la CG coniò la formula «il servizio della fede e la promozione della giustizia» e la utilizzò abilmente per spingere ogni opera della Compagnia e ogni singolo gesuita a fare una scelta, senza lasciare vie di fuga ai meno coraggiosi. Molti, dentro e fuori la Compagnia, erano scandalizzati di fronte alla «promozione della giustizia». Come Padre Arrupe correttamente percepiva, i suoi gesuiti si stavano collettivamente dirigendo verso una più dura via crucis, che avrebbe certamente comportato incomprensioni e anche l’opposizione di autorità civili ed ecclesiastiche, di molti buoni amici e di alcuni nostri confratelli. Oggi, a venticinque anni di distanza, questa opzione è diventata parte integrante della nostra identità di gesuiti, della coscienza della nostra missione e della nostra immagine pubblica nella Chiesa e nella società.

La concisa espressione «servizio della fede e promozione della giustizia» ha tutte le caratteristiche di uno slogan vincente che usa il minimo di parole per ispirare il massimo di visione dinamica, ma con il rischio dell’ambiguità. Prendiamo dunque in considerazione prima il servizio della fede e poi la promozione della giustizia.

  1. Il servizio della fede

Fin dalle nostre origini nel 1540, la Compagnia ha ricevuto ufficialmente e solennemente l’incarico «della difesa e propagazione della fede». Nel 1975, la Congregazione riaffermò che per noi gesuiti, difesa e propagazione della fede sono una questione di vita o di morte, anche se le parole in quanto tali possono cambiare. Fedele al Vaticano II, la Congregazione voleva che la nostra predicazione e il nostro insegnamento non fossero proselitismo o imposizione della nostra religione ad altri, ma una proposta di Gesù e del suo annuncio del Regno di Dio in spirito d’amore verso tutti.

Proprio come il Concilio aveva abbandonato il nome Propaganda Fidei, la CG 32 passò dalla propagazione al servizio della fede. Nel Decreto 4, la Congregazione fece in realtà uso dell’espressione «annunzio della fede», che io preferisco. Comunque, nel contesto della secolare tradizione spirituale della Compagnia, «servizio della fede» non può voler dire altro che portare il dono controculturale di Cristo al nostro mondo.

Ma perché «servizio della fede»? La Congregazione risponde a questa domanda usando l’espressione greca diakonia fidei. Si riferisce a Cristo servo sofferente che compie la sua diakonia in totale servizio al Padre consegnando la sua vita per la salvezza di tutti. Così, «per un gesuita non è valida una risposta qualsiasi ai bisogni degli uomini e delle donne di oggi: l’iniziativa deve venire dal Signore che lavora e opera negli eventi e nelle persone, qui e ora. Dio ci invita a unirci a lui nel suo operare, ma come l’intende lui e a suo modo».

Non penso che noi delegati della Congregazione fossimo consci delle dimensioni teologiche ed etiche della missione di servizio di Cristo. Una maggior attenzione alla diakonia fidei avrebbe potuto evitare alcuni degli equivoci provocati dalla locuzione «promozione della giustizia».

B. La promozione della giustizia

L’espressione è difficile da tradurre in molte lingue. Noi delegati eravamo abituati alle vendite promozionali nei supermercati o alla promozione di amici e nemici a una posizione o un grado più alti, ma non alla promozione della giustizia. Per essere onesti, ricordiamoci che una congregazione generale non è un consesso scientifico con gli strumenti adatti a distinguere e definire, a chiarire e classificare. Di fronte a esigenze apostoliche radicalmente nuove, scelse di dare ispirazione, insegnamento e persino un messaggio profetico. Nel desiderio di essere più incisiva nella promozione della giustizia, la Congregazione evitò parole come carità, misericordia o amore, che non andavano di moda nel 1975. Neppure filantropia o sviluppo sarebbero servite allo scopo. La CG invece utilizzò il termine «promozione» nel suo significato di strategia ben pianificata per rendere il mondo giusto.

Dal momento che S. Ignazio vuole che l’amore sia espresso non solo a parole ma anche a fatti, la CG impegnò la Compagnia alla promozione della giustizia come risposta concreta e radicale, ma adeguata a un mondo di sofferenze ingiuste. Promuovere la virtù della giustizia nelle singole persone non era abbastanza. Solo una giustizia sostanziale può provocare quei mutamenti strutturali e di atteggiamento necessari a sradicare quelle forme di ingiustizia oppressive e peccaminose che sono uno scandalo contro l’umanità e contro Dio.

Questo genere di giustizia richiede un impegno a favore dei poveri orientato all’azione, con una coraggiosa opzione personale. Ad alcune orecchie, l’espressione «promozione della giustizia», di per sé relativamente moderata, suonava rivoluzionaria, sovversiva e persino violenta. Per esempio, il Dipartimento di Stato americano ha recentemente accusato alcuni gesuiti colombiani di essere fondatori di un movimento guerrigliero di ispirazione marxista. Di fronte alla nostra richiesta di chiarimenti, il governo degli Stati Uniti si è scusato per l’errore, il che mostra che un certo messaggio è comunque passato.

Proprio come in diakonia fidei il termine fede non è specificato, così in «promozione della giustizia» il termine giustizia rimane altrettanto ambiguo. La CG 32 non avrebbe approvato il Decreto 4 se, da una parte, la giustizia socioeconomica fosse stata esclusa o se, dall’altra, la giustizia del Vangelo non fosse stata inclusa. Una presa di posizione in favore di una giustizia sociale che era quasi ideologica, e, contemporaneamente, una forte opzione per «quella giustizia del Vangelo che incarna l’amore e la misericordia di Dio» erano entrambe indispensabili. Rifiutando di chiarire la relazione fra le due, la CG 32 mantenne la propria radicalità semplicemente giustapponendo diakonia fidei e «promozione della giustizia».

In altri decreti della stessa Congregazione, dove le due dimensioni dell’unica missione della Compagnia appaiono accostate, alcuni delegati cercarono di ottenere una espressione più integrata proponendo emendamenti come «il servizio della fede attraverso o nella promozione della giustizia». Tali formulazioni avrebbero reso meglio l’identificazione di «agire per la giustizia e partecipare alla trasformazione del mondo come dimensione costitutiva della predicazione del vangelo» operata dal sinodo del 1971. Ma si può comprendere la paura della Congregazione che un approccio troppo fine o integrato potesse indebolire la carica profetica o annacquare il mutamento radicale all’interno della nostra missione.

In retrospettiva, questa semplice giustapposizione condusse a volte a una «lettura mutila, parziale e senza equilibrio» del Decreto 4, con un’enfasi unilaterale su un aspetto della missione a detrimento dell’altro, trattando fede e giustizia come filoni apostolici alternativi, o addirittura rivali. «Dogmatismo e ideologia ci hanno talora condotti a trattarci più come degli avversari che come dei compagni. La promozione della giustizia è stata talvolta separata dalle sue sorgenti di fede».

Da una parte si dava troppo spesso per acquisita o si lasciava implicita la dimensione della fede, come se la nostra identità di gesuiti fosse sufficiente. Alcuni si tuffarono a capofitto nella promozione della giustizia senza molta analisi o riflessione e con riferimenti solo occasionali alla giustizia del Vangelo. Costoro sembravano consegnare il servizio della fede a un passato ormai morente.

Coloro che stavano dalla parte opposta rimanevano attaccati a un certo stile di fede e di Chiesa. Davano l’impressione che la grazia di Dio avesse a che fare solo con l’aldilà, e che la riconciliazione operata da Dio non comportasse alcun obbligo concreto di fare giustizia qui sulla terra.

In questa franca valutazione ho usato non tanto parole mie, quanto espressioni delle Congregazioni successive, così da condividere con voi il rimorso di tutta la Compagnia per le distorsioni o gli eccessi verificatisi, e mostrare come, nel corso di questi venticinque anni, il Signore abbia pazientemente continuato a insegnarci a servire la fede che fa la giustizia in un modo più integrale

C. L’apostolato educativo

Nel contesto delle affermazioni radicali e delle interpretazioni unilaterali associate al Decreto 4, molti sollevavano dubbi sul fatto che conservassimo grandi istituzioni educative. Insinuavano, quando non insistevano, che il lavoro sociale diretto fra i poveri e il coinvolgimento nei loro movimenti dovessero essere prioritari. Oggi, tuttavia, il valore dell’apostolato educativo è generalmente riconosciuto, essendo il settore che occupa la parte più grande del personale e delle risorse della Compagnia di Gesù, ma solo a condizione che trasformi i propri obbiettivi, contenuti e metodi.

Ancor prima della CG 32, Padre Arrupe aveva concretizzato il significato di diakonia fidei per l’apostolato educativo quando, in occasione del Congresso Europeo Ex-alunni della Compagnia di Gesù del 1973, disse: «Scopo del nostro lavoro educativo è di formare uomini-per-gli-altri; uomini che non vivano per se stessi, ma per Dio e il suo Cristo, l’Uomo-Dio che ha dato la vita per tutti; uomini che intendano l’amore di Dio non separato dall’amore per l’uomo, convinti che l’amore di Dio diventa una farsa, se non si traduce in giustizia per gli uomini». Il discorso del mio predecessore non fu accolto molto favorevolmente da molti ex-alunni all’incontro di Valencia, ma l’espressione «uomini per gli altri» aiutò realmente le istituzioni educative della Compagnia di Gesù a porsi domande profonde, che condussero alla loro trasformazione.

Padre Ignacio Ellacuría, nella prolusione pronunciata qui alla Santa Clara University nel 1982, espresse con eloquenza le sue convinzioni a favore della promozione della giustizia nell’apostolato educativo: «Una università cristiana deve tener conto della preferenza del Vangelo per i poveri. Questo non vuol dire che solo i poveri studieranno in quella università; non significa neppure abdicare al proprio compito di eccellenza accademica, necessaria per risolvere problemi sociali complessi. Significa invece che l’università deve essere presente nel campo intellettuale là dove ce n’è bisogno: per dare sapere a chi non ne ha, capacità a chi ne è sprovvisto, per essere la voce di coloro che non hanno le competenze accademiche indispensabili per promuovere e legittimare i propri diritti».

In queste due affermazioni rintracciamo la stessa preoccupazione di andare oltre uno spiritualismo disincarnato o un attivismo sociale puramente secolarizzato, in modo da rinnovare l’apostolato educativo in parole e opere, a servizio della Chiesa, in un mondo di non-credenza e di ingiustizia. Dovremmo essere molto grati per tutto quello che è stato realizzato in questo apostolato, in uno spirito tanto di fedeltà alle caratteristiche di 400 anni di pedagogia ignaziana, quanto di apertura alla novità dei segni dei tempi. Oggi, una o due generazioni dopo il Decreto 4, ci troviamo di fronte a un mondo che ha un bisogno ancora più grande di una fede che fa la giustizia.

II. Una «composizione» del nostro tempo e del nostro luogo

I venticinque anni di storia che abbiamo vissuto e or ora brevemente ripercorso ci conducono al giorno d’oggi. Ignazio di Loyola comincia molte meditazioni degli Esercizi Spirituali con una «composizione di luogo», un esercizio dell’immaginazione per situare la contemplazione e la preghiera in circostanze umane concrete. Dal momento che il mondo è lo scenario della presenza di Dio, Ignazio è convinto che possiamo trovare Dio se ci avviciniamo al mondo con fede generosa e spirito di discernimento.

Incontrarci nella Silicon Valley ci fa venire in mente non solo l’intersezione fra missione e microchip, ma anche il dinamismo e il predominio che sono una caratteristica degli Stati Uniti di oggi. In questo Paese, che crea 64 nuovi miliardari al giorno, si concentrano capacità enormi e una prosperità senza precedenti. Questo è il quartier generale della new economy, che si espande in tutto il mondo e trasforma le strutture fondamentali degli affari, del lavoro e della comunicazione. Migliaia di immigranti arrivano qui da tutte le parti del mondo: imprenditori europei, specialisti delle nuove tecnologie dell’Asia meridionale che lavorano nel settore dei servizi, e lavoratori latino-americani e del Sud-est asiatico che svolgono il lavoro fisico. Come conseguenza, ne deriva una diversità etnica, culturale e di classe notevole.

Al tempo stesso, gli Stati Uniti lottano con nuove divisioni sociali aggravate dal «fossato digitale» fra coloro che hanno accesso al mondo della nuove tecnologie e quelli che ne sono tagliati fuori. La causa fondamentale di questo fossato, che si radica in croniche differenze razziali, economiche e di classe, è la disparità nella qualità dell’istruzione. Qui nella Silicon Valley, ad esempio, alcune fra le istituzioni universitarie di maggior prestigio nel mondo convivono con scuole statali in perenne difficoltà, che gli studenti afro-americani e immigrati abbandonano a frotte. A livello nazionale, un bambino su sei è condannato all’ignoranza e alla povertà.

Questa valle, questo Paese e il mondo intero hanno un aspetto diverso da quello che avevano venticinque anni fa. Con il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda, la politica nazionale e persino internazionale sono state eclissate dal ritorno di un capitalismo senza rivali ideologici. L’Unione Europea lentamente riunisce gli antichi nemici del Vecchio continente in una comunità che è anche una fortezza. Quello che un tempo era il «Secondo Mondo» lotta per riparare i danni umani e ambientali ereditati dai cosiddetti regimi socialisti. Le industrie si spostano nei Paesi più poveri non per distribuire ricchezza e opportunità, ma per sfruttare i vantaggi comparativi dei salari più bassi e di una legislazione meno restrittiva in materia ecologica. Molti Paesi diventano ancora più poveri, specialmente dove corruzione e sfruttamento prevalgono sulla società civile e dove continuano ad esplodere conflitti violenti.

Questa composizione di tempo e di luogo del mondo d’oggi abbraccia sei miliardi di persone, ciascuna con il suo volto, giovani e vecchi, alcuni che nascono e altri che muoiono, alcuni bianchi e molti bruni, gialli e neri. Ciascuno di loro è unico e irripetibile, tutti aspirano a vivere e a mettere a frutto i propri talenti, a sostenere le loro famiglie e a prendersi cura di bambini e anziani, a godere di pace e sicurezza, e a rendere il domani migliore.

Grazie a scienza e tecnologia, l’umanità è in grado di risolvere problemi quali dar da mangiare a chi ha fame, alloggio ai senza tetto, sviluppare condizioni di vita più giuste, ma resta ostinatamente incapace di realizzare tutto questo. Come può un’economia in espansione, più prospera e globale che mai, lasciare ancora nella povertà ben più di metà dell’umanità? La CG 32 fa una sobria analisi e dà una valutazione morale «Le disuguaglianze e le ingiustizie non possono più essere viste come il risultato di qualche fatalità naturale: esse sono piuttosto riconosciute come opera dell’uomo e del suo egoismo. … Malgrado le possibilità offerte dalla tecnica, diventa ogni giorno più chiaro che l’uomo non è disposto a pagare il prezzo di una società più giusta e più umana».

L’ingiustizia ha le sue radici in un problema spirituale, e la soluzione richiede una conversione spirituale del cuore di ciascuno e una conversione culturale della nostra società globale; solo così il genere umano, con i potenti mezzi a sua disposizione, potrà attuare la volontà di cambiare le strutture di peccato che affliggono il nostro mondo. L’annuale Rapporto sullo Sviluppo Umano è una sfida tremenda a esaminare criticamente le condizioni di vita negli Stati Uniti e negli altri 175 Paesi che condividono il pianeta.

Questo è il nostro mondo, con tutta la sua complessità, con grandi promesse globali e infiniti tragici tradimenti. Questo è il mondo in cui le istituzioni di educazione superiore della Compagnia sono chiamate a servire la fede e promuovere la giustizia.

III L’educazione superiore della Compagnia americana per la fede e giustizia

Nel complesso quadro del tempo e del luogo in cui viviamo, e alla luce delle recenti Congregazioni Generali, desidero indicare alcune caratteristiche ideali, quali si manifestano in tre dimensioni complementari dell’educazione superiore della Compagnia, cioè in chi diventano i nostri studenti, in che cosa fanno i nostri professori e in come procedono le nostre università. Quando parlo di ideali, alcuni sono facili da raggiungere, altri rappresentano una sfida continua, ma insieme servono a orientare le nostre scuole e, nel lungo termine, a identificarle. Inoltre, i Provinciali degli Stati Uniti hanno di recente costituito una importante Commissione per l’Educazione Superiore, incaricata di proporre criteri per la selezione del personale, l’attribuzione dei ruoli di direzione e l’esercizio della responsabilità della Compagnia nei nostri collegi e università. Possano questi criteri aiutare a mettere in pratica le caratteristiche ideali su cui ora meditiamo insieme.

  1. Formazione e apprendimento
  2. L’ideologia oggi dominante riduce il mondo degli uomini a una giungla globale la cui unica legge primordiale è la sopravvivenza del più adatto. Gli studenti che aderiscono a questa visione del mondo desiderano ricevere capacità professionali e tecniche di alto livello per poter competere sul mercato e assicurarsi i relativamente scarsi posti di lavoro gratificanti e remunerativi. Questo è il modello di successo che molti studenti (e genitori) si aspettano.

    Tutte le università americane, comprese le nostre, si trovano sotto una enorme pressione in favore di questo tipo di successo. Tuttavia, ciò che i nostri studenti vogliono – e meritano – include, ma trascende questo «successo mondano» fondato su capacità spendibili sul mercato. La vera misura delle nostre università sta in chi i nostri studenti diventano.

    Per 450 anni, l’apostolato educativo della Compagnia ha cercato di educare «tutta la persona» intellettualmente e professionalmente, psicologicamente, moralmente e spiritualmente. Ma con l’emergere della realtà globale, con le sue grandi possibilità e profonde contraddizioni, «tutta la persona» indica qualcosa di diverso da quello che significava ai tempi della Controriforma, della Rivoluzione Industriale o nel XX secolo. «Tutta la persona» di domani non può essere tale senza una ben formata consapevolezza della società e della cultura, in base alla quale dare un generoso contributo sociale nel mondo reale. In breve, «tutta la persona» di domani deve avere una solidarietà ben formata.

    Dobbiamo perciò far salire la misura dell’apostolato educativo della Compagnia al livello della «educazione di tutta la persona alla solidarietà con il mondo reale». La solidarietà si impara per «contatto» piuttosto che per «nozioni», come ha detto di recente il Santo Padre nel discorso a una università italiana. Quando il cuore è toccato dall’esperienza diretta, la mente è sollecitata al cambiamento. Il coinvolgimento personale con la sofferenza innocente e con l’ingiustizia che altri patiscono è il catalizzatore della solidarietà, da cui nascono la ricerca intellettuale e la riflessione morale.

    Gli studenti, lungo il corso della loro formazione, devono lasciar penetrare nella loro vita la cupa realtà di questo mondo, così da imparare a sentirla, a riflettere criticamente su di essa, a rispondere alle sofferenze che presenta e a impegnarsi in modo costruttivo. Dovrebbero imparare a percepire, pensare, giudicare, scegliere e agire in difesa dei diritti degli altri, in particolare degli svantaggiati e degli oppressi. La pastorale universitaria ha una grande importanza per la promozione di questa comprensione che merita il nome di solidarietà.

    Un vanto delle nostre università è anche la magnifica varietà di programmi di servizio interni ed esterni, d’inserimento, di presenza extra-universitaria e di corsi pratici. Tutto ciò non dovrebbe essere troppo opzionale o marginale, ma al cuore stesso del piano di studi di ogni università della Compagnia.

    I nostri studenti sono coinvolti in attività sociali di ogni genere – sostegno a coloro che abbandonano la scuola, manifestazioni a Seattle, servizio in mense popolari, promozione della vita, proteste contro la School of Americas – e per tutto questo siamo fieri di loro. Ma la misura delle università della Compagnia non è ciò che i nostri studenti fanno, bensì chi essi diventano e il grado di responsabilità che sapranno esercitare come cristiani adulti nei confronti del loro prossimo e del loro mondo. Finché sono studenti, le attività in cui si impegnano, magari con ottimi risultati, sono uno strumento per la loro formazione. Questo non trasforma l’università in un campo di addestramento per attivisti sociali. Piuttosto, gli studenti hanno bisogno di un coinvolgimento diretto con i poveri e gli emarginati adesso, per imparare a conoscere la realtà e diventare adulti capaci di solidarietà in futuro.

  3. Ricerca e insegnamento
  4. Se la misura e lo scopo delle nostre università sta in ciò che gli studenti diventano, allora i docenti sono al centro delle nostre università. La loro missione è di cercare instancabilmente la verità e di formare ogni studente alla solidarietà, in modo che sappia poi farsi carico della responsabilità per il mondo reale. Di che cosa hanno bisogno i docenti per adempiere a questa vocazione essenziale?

    L’attività di ricerca dei professori, che deve essere «razionalmente rigorosa quanto ben radicata nella fede e aperta al dialogo con tutti gli uomini di buona volontà», non solo obbedisce ai canoni di ciascuna disciplina, ma in ultima analisi abbraccia l’intera realtà umana per aiutare a rendere il mondo un posto più adatto alla vita di tutti i sei miliardi di persone che lo abitano. Intendo affermare che il sapere universitario è un valore in sé e al tempo stesso deve chiedersi «Per chi? Per che cosa?»

    Normalmente parliamo di professori al plurale, ma ciò che è in gioco qui è più della somma di tanti impegni e sforzi individuali. Si tratta di un regolare dialogo interdisciplinare di ricerca e riflessione, di un continuo intrecciare le specializzazioni. Lo scopo è integrare le esperienze e le intuizioni provenienti dalle diverse discipline in «una prospettiva del sapere che, pur consapevole dei suoi limiti, non si appaghi dei frammenti, ma provi a comporli nella direzione di una sintesi veritativa e sapienziale» che abbia per oggetto il mondo reale. Purtroppo il corpo docente di molte facoltà si sente ancora accademicamente, umanamente e, direi, spiritualmente impreparato per scambi di questo tipo.

    In alcune discipline, quali le scienze della vita, le scienze sociali, il diritto, l’economia o la medicina, i collegamenti con «il nostro tempo e luogo» sembrano più ovvi. I professori di queste materie applicano le metodologie proprie delle loro discipline a questioni di giustizia e ingiustizia nella loro attività di ricerca e insegnamento su sanità, tutela legale, politiche pubbliche e relazioni internazionali. Ma ogni campo di studio o branca del sapere ha valori da difendere, con ripercussioni sul piano etico. Ogni disciplina, al di là della necessaria specializzazione, deve trovare i modi adeguati per impegnarsi a favore della società, della vita dell’uomo e dell’ambiente, coltivando un’attenzione morale a come gli uomini dovrebbero vivere insieme.

    Tutti i professori, nonostante il cliché della torre d’avorio, sono in contatto con il mondo. Ma nessun punto di vista è neutro rispetto ai valori. Di preferenza, per scelta, il nostro punto di vista come gesuiti è quello dei poveri. Così l’impegno per la fede e giustizia dei nostri professori comporta un cambio di punto di vista e una scelta di valori di grande significato. I nostri professori cercano la verità e condividono con gli studenti questa ricerca e i suoi risultati assumendo il punto di vista di coloro che subiscono l’ingiustizia. E’ legittimo per ogni professore – anche se non suona molto accademico – chiedersi «Quando ricerco e quando insegno, dove e con chi sta il mio cuore?» Ovviamente, aspettarsi che i nostri professori facciano esplicitamente una scelta di questo tipo e ne parlino non è scontato e comporta dei rischi. Ma sono profondamente convinto che questo è ciò che i gesuiti coinvolti nell’attività educativa hanno pubblicamente affermato essere l’impegno che ci definisce, nella Chiesa e nella società.

    Per assicurare che nella ricerca trovi spazio una reale preoccupazione per i poveri, i docenti hanno bisogno di una collaborazione organica con quanti, nella Chiesa e nella società, lavorano fra e per i poveri e cercano attivamente la giustizia. Dovrebbero essere in contatto in tutti gli aspetti: presenza fra i poveri, impostazione della ricerca, raccolta dei dati, analisi dei problemi, pianificazione, azione, valutazione e riflessione teologica. In ogni Provincia della Compagnia dove ci sono nostre Università, i docenti dovrebbero avere rapporti di lavoro privilegiati con i progetti dell’apostolato sociale della Compagnia, su temi come povertà, emarginazione, diritto alla casa, AIDS, ecologia e debito estero dei Paesi poveri, e con il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS), in favore di rifugiati e sfollati.

    Proprio come gli studenti hanno bisogno dei poveri per poter imparare, così i professori hanno bisogno della partnership con l’apostolato sociale per portare a termine il loro compito di ricerca, insegnamento e formazione. Questi rapporti di partnership non trasformano le università della Compagnia in succursali dei centri sociali o in agenzie per il cambiamento sociale, come una certa retorica del passato può avere condotto alcuni a temere, ma sono un criterio di verifica dell’opzione di fondo del corpo docente e aiutano concretamente «a rimanere con i piedi per terra», come si suol dire familiarmente.

    Se i docenti scelgono punti di vista incompatibili con la giustizia del Vangelo e considerano il lavoro di ricerca, di insegnamento e di apprendimento come separabile dalla responsabilità morale per le ripercussioni sociali che questo stesso lavoro ha, allora essi stanno mandando un messaggio agli studenti. Stanno dicendo loro che possono dedicarsi alla carriera e perseguire i propri interessi senza fare riferimento a nessun altro all’infuori di se stessi.

    Invece, quando i docenti si impegnano nel dialogo interdisciplinare e in un lavoro di ricerca socialmente impegnato in collaborazione con l’apostolato sociale, essi rappresentano un esempio e un modello di un sapere che è servizio, e gli studenti imparano imitandoli come «maestri di vita e di impegno morale», come ha affermato il Santo Padre.

  5. Il nostro modo di procedere

Se la misura delle nostre università è chi gli studenti diventano, e se il corpo docente sta al cuore di tutto questo, che cosa rimane da dire? Il terzo punto, il carattere delle nostre università, il modo di procedere al loro interno e il loro impatto sulla società, è forse il più difficile.

Ci siamo già soffermati sull’importanza della formazione e dell’apprendimento, della ricerca e dell’insegnamento. L’azione sociale intrapresa dagli studenti e il lavoro socialmente rilevante svolto dai docenti, sono una necessità vitale, ma non arrivano e esprimere pienamente il carattere di un’università della Compagnia, né esauriscono il suo impegno per la fede e giustizia o ne adempiono completamente la responsabilità verso la società.

Che cosa, allora, costituisce questo carattere ideale? E che cosa contribuisce a renderlo percepibile pubblicamente? Nel caso di una università della Compagnia, questo carattere deve sicuramente essere la missione, definita dalla CG 32 e riaffermata dalla CG 34: la diakonia fidei e la promozione della giustizia, come modo di procedere e di servire la società caratteristico delle università della Compagnia.

Con le parole della CG 34, una università della Compagnia deve essere fedele tanto al nome «università» quanto alla specificazione «della Compagnia». Essere un’università richiede dedizione «alla ricerca, all’insegnamento e alle forme di servizio corrispondenti alla propria missione culturale». Essere della Compagnia «richiede la consonanza con le esigenze del servizio della fede e della promozione della giustizia richiamate dal Decreto 4 della CG 32.»

Storicamente, il primo modo in cui le nostre università cominciarono a concretizzare l’impegno per la fede e giustizia furono le politiche di ammissione, le quote a favore delle minoranze e le borse di studio per gli studenti svantaggiati, che continuano a essere mezzi efficaci. Un’espressione che manifesta ancor più chiaramente la natura di una università della Compagnia è costituita dalle politiche di selezione del corpo docente. Come università è necessario rispettare le norme accademiche, professionali e di diritto del lavoro vigenti, ma in quanto della Compagnia, è essenziale andare oltre e trovare il modo di attrarre, selezionare e promuovere coloro che condividono attivamente la nostra missione.

Credo che abbiamo compiuto notevoli e lodevoli sforzi, come gesuiti, di andare oltre e più in profondità: abbiamo chiamato in causa la nostra spiritualità ignaziana, le nostre capacità di riflessione e alcune delle nostre risorse internazionali. I buoni risultati sono evidenti, ad esempio nel decreto «I gesuiti e la vita universitaria» dell’ultima Congregazione Generale e in questa stessa Conferenza su «L’impegno per la giustizia nell’educazione superiore della Compagnia in America»; e si sperano buoni frutti dalla Commissione per l’Educazione Superiore che sta lavorando sui criteri di conformità alla Compagnia.

Parafrasando Ignacio Ellacuría, la natura di ogni università è di essere una forza sociale, e la vocazione di una università della Compagnia è assumere coscientemente la responsabilità di essere una forza sociale per la fede e giustizia. Ogni istituzione accademica di educazione superiore della Compagnia è chiamata a vivere in una realtà sociale (come abbiamo visto nella «composizione» del nostro tempo e del nostro luogo) e a vivere per quella realtà sociale, a illuminarla con la conoscenza universitaria e a usare la sua influenza di università per trasformarla. Le università della Compagnia hanno ragioni più forti e diverse da quelle di molte altre istituzioni accademiche e di ricerca, per affrontare il mondo d’oggi così come ingiustamente esiste e per collaborare a riformarlo alla luce del Vangelo.

IV In conclusione, un’agenda

Il venticinquesimo anniversario della CG 32 è motivo di un profondo rendimento di grazie. Rendiamo grazie per la consapevolezza che, come università della Compagnia, abbiamo del mondo nella sua interezza e nelle sue profondità ultime, creato ma abusato, peccaminoso ma redento, e assumiamo la responsabilità che, come università della Compagnia, ci compete rispetto a una società umana così scandalosamente ingiusta, così complessa da capire e difficile da cambiare. Con l’aiuto di altri e in particolar modo dei poveri, intendiamo giocare il nostro ruolo nella società come studenti, come docenti e ricercatori, e come università della Compagnia.

Come apostolato educativo superiore della Compagnia, facciamo nostri nuovi modi di apprendere ed essere formati a una solidarietà adulta, nuovi metodi di fare ricerca e insegnare in una comunità accademica dialogica, e un nuovo modo di praticare – come università – la fede e giustizia nella società.

Nel momento in cui assumiamo le caratteristiche proprie di una università della Compagnia nel nuovo secolo, lo facciamo con serietà e speranza. Questa stessa missione ha prodotto martiri che provano che «un’istituzione di insegnamento accademico e di ricerca può diventare uno strumento di giustizia in nome del Vangelo». Ma mettere in pratica il Decreto 4 non è un traguardo che una università della Compagnia possa pensare di aver raggiunto una volta per tutte. E’ piuttosto un ideale a cui guardare e su cui lavorare, una costellazione di caratteristiche da esplorare e mettere in pratica in continuazione, una conversione per cui continuare a pregare.

Nella Ex corde Ecclesiae, Giovanni Paolo II affida alle università cattoliche un’impegnativa agenda per l’insegnamento, la ricerca e il servizio: «la dignità della vita umana, la promozione della giustizia per tutti, la qualità della vita personale e familiare, la protezione della natura, la ricerca della pace e della stabilità politica, la condivisione più equa delle risorse del mondo e un nuovo ordinamento economico e politico, che serva meglio la comunità umana a livello nazionale e internazionale». Si tratta tanto di altissimi ideali quanto di compiti concreti. Incoraggio i colleges e le università della Compagnia ad assumerli nei primi anni del nuovo secolo con comprensione critica e profonda convinzione, con fede incrollabile e grande speranza.

Le belle parole della CG 32 ci indicano un lungo percorso su cui procedere: «Il cammino verso la fede e il cammino verso la giustizia sono inseparabili. È per questa via ardua e faticosa che la Chiesa pellegrina» – la Compagnia di Gesù, le sue università e i suoi colleges –devono «faticosamente procedere. Fede e giustizia sono indivise nel Vangelo, il quale insegna che "la fede opera per mezzo della carità". Perciò non possono essere separate nei nostri programmi, nella nostra azione, nella nostra vita».

Ad maiorem Dei gloriam.

Grazie

 

6 ottobre 2000